Faithlife Sermons

Giornata di spiritualità per amministratori e politici

Notes & Transcripts

La categoria che emerge dal testo ci rimanda dunque in modo evidente al tema della compassione-misericordia-solidarietà. Ognuno qui potrebbe cominciare a interrogarsi, sulle suggestioni e sulle riflessioni personali che la lettura del testo ha posto. Si potrebbe cominciare a fare silenzio personale. Ma prima di proporre il silenzio, occorre rilevare che ci troviamo qui riuniti in quanto cristiani impegnati nelle realtà sociali e politiche, e dunque la riflessione non può non proseguire cercando di far interagire le “provocazioni” del brano biblico con il vissuto quotidiano che l’impegno dentro la Storia dischiude. L’impegno nella Città e per la Città risulta un filtro, un punto di osservazione importante dal quale rileggere le indicazioni del brano del Buon Samaritano.

La quotidianità come "spazio sacro"

Che cosa ci resta? Cosa resta quando non resta niente? Questo: di essere umani verso gli umani, che fra noi dimori il fra noi che ci rende uomini.

Perché se questo venisse a mancare, noi cadremmo nell’abisso, non tanto del bestiale, quanto dell’inumano o del disumano, il mostruoso caos di terrore e di violenza dove tutto si disfa.

Questo reciproco e primitivo riconoscimento, è in un certo senso il banale e l’ordinario della vita.

È quel che ci si scambia nel lavoro condiviso, nei gesti semplici della tenerezza, nelle conversazioni dal contenuto forse irrisorio, ma in cui comunque si conversa, faccia a faccia, intenti ad ascoltare.

È quel che sussiste e riemerge nelle situazioni estreme: quando qualcuno sta per morire (di AIDS, di un cancro, di vecchiaia...), quando qualcuno, per l’età o per un incidente, è ridotto all’ebetismo, o si ritrova attanagliato dall’angoscia, o quando una madre guarda per la prima volta il bimbo che è appena uscito da lei.

Allora succede che la luce di un viso, la musica di una voce, il gesto offerto da una mano, d’un tratto dicano tutto; e che, per esempio, quest'uomo sfinito, che la gente credeva annegato nell’assenza, indichi, con un movimento quasi invisibile, la presenza della presenza.

Parola questa, primordiale parola, con cui si designa l’umano dell’umano. Può essere senza vocaboli, nell’alba impalpabile del linguaggio. E se dei vocaboli la dicono, essi sono carne e spirito, intrisi di una sostanza che li eleva al di sopra del linguaggio ordinario.

2

Ci sono sette cose che sono assolutamente necessarie all’uomo: se esse mancano o tardano troppo, muore.

Sono:

respirare

bere

mangiare

orinare

andare di corpo

dormire.

La settima cosa per ora non la dico.

Quelle che ho elencato sembrano molto triviali – soprattutto le funzioni di evacuazione. Ma, che piaccia o no, sono gli stretti bisogni. Lo si capisce, per dura esperienza, quando l’uno o l’altro si deregolarizza.

Meraviglia del corpo! Si dimentica il miracolo, tutto sembra naturale. Ma basta il più piccolo disturbo in questa prodigiosa complessità, e crolla tutto quanto ti pareva funzionare da sé.

3

Peso del corpo. L’uomo più grande, il più grande profeta, il massimo filosofo, lo statista, l’eminente scienziato, tutti sono legati ai bisogni di cui ho parlato.

Si possono immaginare tutti nell’atto di orinare o di defecare: perché non potrebbero farne a meno. L’uomo è un animale.

Forse è altro. Forse il corpo umano è anche tutt’altro. Forse abbiamo più corpi: lo stesso e tuttavia differenti.

Ma il corpo che duole ricorda brutalmente l’animalità che lo sottomette ai bisogni organici. Umiltà d’esserne dipendente, di occuparsene, di avere come principale preoccupazione, che arriva anche a cancellare tutto il resto, il riuscire a salvare le fuzioni triviali!

4

La settima cosa è la tenerezza divina. La puoi chiamare in tutt’altro modo. Ne puoi parlare in maniera affatto diversa dalla mia. Tanto essa comunque sfugge ad ogni teorizzazione, ad ogni discorso che volesse definirla. Perché il suo luogo è il corpo.

Essa è sguardo, voce, presenza del corpo, è cura e nutrimento, è pulizia, sgombero, liberazione di ciò che è morto e imputridito. In essa tutte le funzioni del corpo restano e mutano. In lei si annuncia l’altro corpo, in cui il corpo di dolore e d’assenza trova salvezza dalla sua umiliazione. L’altro corpo è dimora della divina tenerezza.

Perfino le più basse funzioni: perché esse eliminano. E la divina tenerezza purifica .

v. 25: “cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”

Questa domanda potrebbe portarci lontano, potrebbe fare di noi persone staccate dal contingente e dal quotidiano, potrebbe proiettarci esclusivamente nell’oltre, nella dimensione escatologica.

È vero, questo tempo ha bisogno di recuperare tale dimensione e tuttavia la tensione cristiana sta proprio tra il qui e l’oltre, tra la città terrena e la città celeste, tra il tempo e l’eternità, tra il presente e i novissimi. Abbiamo bisogno dell’escatologia, ma abbiamo contemporaneamente bisogno dell’incarnazione, del qui ed ora, della storia, del mondo.

La parabola del samaritano a questo ci rimanda: ad un luogo preciso, a persone precise, a un bisogno preciso, ad una risposta precisa. Per ereditare la vita eterna bisogna immergersi nella storia, accettare le richieste che da essa emergono, è un rimando potente ad una riflessione sul mistero dell’Incarnazione.

Ancora, non scegliamo noi gli uomini da incontrare, essi si trovano “misteriosamente” sulla nostra strada, come l’uomo ferito sulla strada di Gerico. Di fronte alla sua situazione non ci sarà la richiesta: “Di che fede sei?”, ma semplicemente un aiuto perché egli possa riprendersi e guarire. Allora c’è qui un invito a un dialogo con quanti incontriamo, a prescindere dalla loro fede religiosa o politica, a vivere relazioni vere e qualitativamente significative, a rispettare l’altro.

Del resto era l’invito rivoltoci quarant’anni or sono dalla Gaudium et Spes (n° 43):

«Sbagliano coloro che, sapendo che qui non abbiamo una cittadinanza stabile ma che cerchiamo quella futura, pensano che per questo possono trascurare i propri doveri terreni, e non riflettono che invece proprio la fede li obbliga ancora di più a compierli, secondo la vocazione di ciascuno. Al contrario, però, non sono meno in errore coloro che pensano di potersi immergere talmente negli affari della terra, come se questi fossero estranei del tutto alla vita religiosa, la quale consisterebbe, secondo loro, esclusivamente in atti di culto e in alcuni doveri morali. Il distacco, che si constata in molti tra la fede che professano e la loro vita quotidiana, va annoverato tra i più gravi errori del nostro tempo.... Non si venga ad opporre, perciò, così per niente, le attività professionali e sociali da una parte, e la vita religiosa dall’altra. Il Cristiano che trascura i suoi impegni temporali, trascura i suoi doveri verso il prossimo, anzi verso Dio stesso, e mette in pericolo la propria salvezza eterna. Siano contenti piuttosto i cristiani, seguendo l’esempio di Cristo che fu un artigiano, di poter esplicare tutte le loro attività terrene, unificando gli sforzi umani, domestici, professionali, scientifici e tecnici in una sola sintesi vitale insieme con i beni religiosi, sotto la cui altissima direzione tutto viene coordinato a gloria di Dio».

Sono parole che nel quarantesimo anniversario del Concilio risuonano con la stessa vivezza e la stessa forza di allora e che ci invitano ad un supplemento di riflessione sulla nostra fede e sulla natura del nostro darci da fare nel mondo.

Il primo comandamento

Le dieci azioni come nuovo “decalogo” e deduzione di tutta la vita dal 1° comandamento.

v. 27: comandamento dell’amore:

Siamo di fronte al comandamento per eccellenza, che dice quali siano le “direzioni” dell’amore: Dio e il prossimo. Queste sono le relazioni fondamentali della vita e la chiave di tali relazioni è l’amore.

La fede è vivere questo amore, è accettare questo amore, è “spezzare come un pane” questo amore. Quando si parla di fede “professata-celebrata-vissuta” il riferimento non può che essere a questo comandamento, ma che cosa significa allora fede professata-celebrata-vissuta per chi è impegnato nella realtà sociale e politica? Probabilmente per prima cosa che la fede vissuta non sovrasti le altre due dimensioni, essa deve mantenere unite professione, celebrazione e vita.

Si pone dunque la necessità di una spiritualità laicale forte, che tenga insieme l’oggi e l’oltre, l’incarnazione nella storia e la consapevolezza che la salvezza passa di lì, ma va altrove, è altrove, la contingenza e l’escatologia, che faccia dell’Eucarestia e della Parola abituale nutrimento di una vita totalmente proiettata verso gli altri, verso il loro bene, verso la costruzione di istituzioni amiche, verso una società migliore, verso condizioni di vita qualitativamente diverse.

v. 30; “un uomo ... mezzo morto”: attenzione all’uomo concreto e alla sua solitudine

Scrive il nostro Arcivescovo nel Discorso alla città del 2004:

«Dobbiamo dunque “entrare in relazione” con l’altro... uscire da noi stessi e stringere relazioni vere, forti, segnate dalla fedeltà. Non siamo automi e gli altri non sono automi; non siamo monadi che non si incontrano mai» (Il volto amico e solidale della città, Magistero dell’Arcivescovo 20, p. 11).

Dobbiamo dunque incontrare l’uomo “vero”, dobbiamo cercarlo, dobbiamo riconoscerlo, dobbiamo decifrarne i bisogni e le domande anche quelle nascoste. È un’attenzione all’uomo concreto quella che ci è richiesta.

Quell’uomo è oggi un uomo solo, isolato, un po’ per scelta, un po’ per paura, un po’ per difesa. Aiutare tale solitudine significa por mano decisamente alla costruzione di una società viva, dalle relazioni sociali qualitativamente forti. Significa recuperare a 360° la prospettiva della solidarietà, non solo verso gli ultimi, bensì per tutti.

Non c’è società senza solidarietà.

L’impegno del politico è non dimenticarsi nel suo fare quotidiano segnato dall’attività e dal pensiero incessante che la sua azione deve servire l’uomo nella sua concretezza e deve servirlo nel creare i presupposti di una società, come si diceva un tempo, “a misura d’uomo”, dove cioè l’uomo non si senta solo e affidato unicamente alle sue forze per sopravvivere. Non tradire il legame sociale in questo senso è non tradire l’uomo. Concludeva l’Arcivescovo:

«La solidarietà chiede di trovare il rimedio, perché la nostra città non diventi una città fantasma, popolata di ombre, senza vita, abitata da uomini e donne che hanno un’apparenza esterna, ma che non si “riconoscono” più vicendevolmente, che non si vedono, non si incontrano, non si amano» (Il volto amico e solidale della città, Magistero dell’Arcivescovo 20, p. 12).

C’è dunque nel costruire le istituzioni, nell’amministrare la città, nel partecipare alla vita politica l’impegno ineludibile a che gli uomini possano “riconoscersi”, “vedersi”, “amarsi” e dunque partecipare con entusiasmo all’impegno comune di costruire una società “amata e amabile”, è questo un modo per far crescere la coscienza civile di tutti. Scrive ancora il nostro Cardinale:

«Ciascuno di noi è fatto per stare con l’altro, per aiutarlo e per riceverne aiuto. È fatto per avere attenzione e per darla; per amare e per essere amato; per dar vita a progetti nuovi con gli altri. È fatto per il dialogo e per il colloquio, per la comunicazione; per “non essere solo” (cf Gn 2,18) e per non lasciare solo chi è come lui, cioè tutti gli altri... Si deve operare in modo che ciascuno abbia un’identità, ossia perché nessuno debba sentirsi “straniero ed estraneo” fra i propri simili, mai, in nessun luogo, perché nessuno sia senza vincolo di appartenenza sociale, senza “solidarietà”, senza “simpatia umana”» (Il volto amico e solidale della città, Magistero dell’Arcivescovo 20, pp. 15-16).

Le nuove emarginazioni

«Loro sono sempre troppi. “Loro” sono quelli che dovrebbero essere di meno o, meglio ancora, non esserci proprio. Invece noi non siamo mai abbastanza. Di “noi” dovrebbero essercene di più» .

v. 30 :... a proposito di briganti

Chissà dove si annidano i briganti nel nostro tempo!

Sembra facile puntare il dito sui nuovi ricchi, sui prepotenti, su chi detiene un potere economico e finanziario antico e inossidabile... ma solo questo?

Non è piuttosto chiunque attenti all’incolumità dell’uomo in tutte le sue componenti: incolumità fisica, incolumità morale, incolumità spirituale, incolumità sociale?

Spesso l’uomo attenta a se stesso e l’individualismo sfrenato dei tempi moderni ne è un segno inequivoco. Potremmo quasi dire che l’uomo è brigante contro se stesso, ma non c’è solo l’individualismo dei singoli.

È sempre il nostro Arcivescovo a fornirci uno spunto di riflessione:

«C’è, e non meno funesto, un individualismo di gruppo. Possiamo così trovarci di fronte a gruppi e a categorie di individui associati tra loro per il peggio. Ci sono, in realtà, anche “solidarietà” scellerate, caratterizzate da una vera e propria empietà. Sono quelle che nascono da interessi non leciti o da interessi che diventano illeciti quando il potere del gruppo è usato per schiacciare gli altri, quando la legge del gruppo diventa fonte di ingiustizia ed è però inappellabile. Anche questo uccide la solidarietà come valore civile ed umano...

Che fine fa il “naturale” vincolo di solidarietà? Ecco perché è importante che coloro che governano e hanno a cuore il bene comune si occupino di creare un “habitat” adatto alla solidarietà, un “habitat” che favorisca l’incontro fraterno e l’aiuto vicendevole, che favorisca lo spirito che anima la Città» (Il volto amico e solidale della città, Magistero dell’Arcivescovo 20, p. 31).

Si è dunque impegnati perché i “briganti” dell’oggi non abbiano il sopravvento: su questo bisognerà vigilare non tanto per ingaggiare battaglie contro i mulini a vento o per vivere nell’eterno sospetto dell’inimicizia dell’altro, ma per il bene dell’uomo che ci è affidato e forse sarà talvolta opportuno vigilare perché nel nostro cuore da qualche parte nascosta non si annidi un potenziale brigante.

La tenerezza di Dio come paradigma

vv. 33-35: la compassione mette in moto le azioni e mette in moto i “progetti”

Olio e vino e denari: intelligenza, passione e azione. Prima però dobbiamo imparare a “compatire”: si tratta di un impegno spirituale non da poco. “Soffrire insieme”, perché avvertiamo l’uguaglianza con l’altro, la pari dignità con lui, perché non è detto che noi si sia sempre nella veste dei buoni samaritani, perché noi non siamo diversi dall’altro.

Di che cosa dobbiamo provvederci per il viaggio? Intanto di alcuni tratti morali, di alcune virtù, come, ad esempio: l’onestà, la competenza, la lealtà, la magnanimità, la saggezza, l’equilibrio, la libertà intellettuale, l’imparzialità, la correttezza, la non vendicatività, la giustizia, il rispetto della legge, il disinteresse personale ed economico.

In più oggi siamo di fronte più che nel passato al fatto che la compassione non si proietta per chi governa solo nel presente, ma anche nel futuro, secondo l’insegnamento di La Pira: “Le città non sono nostre”: Di chi allora? Delle generazioni future, anche. Scrive il Sindaco di Firenze nel discorso al convegno fiorentino del 1955 dei sindaci delle capitali:

«E la questione è: quale è il diritto che le generazioni presenti possiedono sulle città da esse ricevute dalle generazioni passate?

La risposta non può essere che questa: è un diritto di usare, migliorandolo e non distruggendolo o dilapidandolo, un patrimonio visibile ed invisibile, reale ed ideale, ad esse consegnato dalle generazioni passate e destinato ad essere trasmesso - accresciuto e migliorato - alle generazioni future.

Usare, migliorare e ritrasmettere la casa comune!

Le città non possono essere destinate alla morte: una morte peraltro, che provocherebbe la morte della civiltà intiera.

Esse non sono cose nostre di cui si possa disporre a nostro piacimento: sono cose altrui, delle generazioni venture: delle quali nessuno può violare il diritto e l’attesa.

Nessuno, per nessuna ragione, ha il diritto di sradicare le città dalla Terra, ove fioriscono: sono - lo ripetiamo - la casa comune che va usata e migliorata; che non va distrutta mai!» (Giorgio La Pira, Le città sono vive, Editrice La Scuola, Brescia 1978, pp. 38-39).

C’è una compassione per l’uomo, oggi, che travalica la dimensione spazio-temporale. Probabilmente per certi aspetti sarà stato così anche in passato, ma è fuor di dubbio che oggi questo è drammaticamente all’ordine del giorno: lo dice il tema delle risorse, che sappiamo non riproducibili all’infinito, lo dice il tema dell’ambiente, lo dice la questione dell’uso della scienza e delle moderne tecnologie...

E dunque la compassione si dovrà far carico di progetti di ampio respiro, di orizzonti sempre più vasti: il piccolo, il particolare dovrà tener conto di questo.

E ancora la “compassione” non può dimenticarsi che non c’è solidarietà senza giustizia e che l’impegno per la giustizia non sarà mai abbastanza: c’è una necessità di “restituzione” a cui non ci si può sottrarre.

Del resto la stessa pace non sarà mai tale se non si alimenta alla giustizia: non c’è pace senza giustizia: giustizia verso gli uomini nella loro singolarità e giustizia verso i popoli con tutto ciò che questo comporta.

Una piccola indicazione sullo stile.

La divina tenerezza è sobria e discreta. Non disserta su se stessa. Non prende le idee per azioni. Non si perde in sublimità.

Si trasmette da corpo a corpo, attraverso lo sguardo, la mano, la semplice presenza, l’ascolto benevolo e gioioso. S’allieta del prossimo, senza nulla esigere da esso. Scambia senza cercare profitto. Dona senza aspettare alcun riscontro.

È l’umanità ingenua e semplice. Può fare a meno di tutto, persino delle parole.

Permette all’uomo di sopportare se stesso nell’attraversata talora terribile della vita .

Ovviamente a chi è impegnato nel sociale e nel politico spetta l’intelligenza dei progetti e la capacità di attuarli: avere compassione ha bisogno di concretezze e chi è impegnato non può sfuggire alla questione della concretezza e qui torna il tema della “precisione” delle risposte, della loro non casualità, della loro pertinenza.

L’amore cristiano a questo sospinge chi con passione si dedica al suo tempo, alle istituzioni, all’amministrazione locale. Non si può non farsi carico della precisione del progetto e dunque - parliamo di programmi politici - del senso delle promesse e dei progetti per realizzarle.

Intanto tutto questo ci riporta al tema della moralità delle promesse, anch’esse necessitano di una “precisione”: da dove nascono invece? Così è per i progetti. E di nuovo: è necessario giungere sempre ad avere un uomo spogliato, derubato e picchiato sulla strada da Gerusalemme a Gerico? Che cosa si può fare per prevenirlo o per evitarlo? Anche questo appartiene alla compassione della politica. Ed ecco, dunque, che sarà opportuno anche occuparsi della qualità della politica.

Cosa fare?

v. 35: ...estrasse due denari

Ripartiamo dalla compassione che abbiamo appena lasciato. È ancora l’Arcivescovo ad offrirci una suggestione:

«“Compassione” ed “elemosina” devono essere comprese nella logica della reciprocità. Sono sempre un dare e un ricevere amore. Sono uno scambio di solidarietà. Non sono “movimenti” dall’alto verso il basso, da un essere superiore a un essere inferiore, da chi ha a chi non ha. Devono essere, piuttosto, il frutto di una circolarità nell’azione e di una reciprocità necessaria» (Il volto amico e solidale della città, Magistero dell’Arcivescovo 20, p. 11).

Dunque questo deve stare ben in evidenza sullo sfondo: i due denari appartengono ad una logica di restituzione, ma anche alla concretezza dell’azione, che si fa carico delle risorse necessarie per realizzare i progetti nella loro concretezza.

Tuttavia i due denari appartengono personalmente al Samaritano, perciò appartengono alla sua personale risposta.

Quale è la nostra personale risposta? Quali sono i nostri due denari? Come ci facciamo carico di questa risorsa, nostra, personale.

Non si va lontano se si ritorna all’impegno per una vita spirituale personale segnata dalla fedeltà alla preghiera e all’Eucaristia, dalla instancabile “attività” della contemplazione, del guardare in profondità uomini, cose e situazioni. Altrimenti non disporremo mai dei due denari.

Poi, certo, c’è tutta la capacità di recuperare risorse per i progetti, la capacità di creare sinergie fra autorità diverse, tra soggetti diversi, ma questo sarà solo una conseguenza. I due denari del Samaritano sono ben altro.

Sì, separare la divina tenerezza dalla sua orribile caricatura: la falsa compassione che si nutre della sventura dell’altro, che ne succhia l’abiezione e la vergogna. Senza dubbio (sic! meglio: Forse) per consolarsi del peggio che la abita.

A ciascuno il proprio dono.

Sarei certo incapace di accogliere, nutrire, curare, così come sono stato accolto, nutrito e curato.

Devo rattristarmene? Forse ciò che posso dare io è diverso.

Di quale dono sto parlando? Del dono che ho ricevuto o di quello che offro? Ma è la stessa cosa. La verità di ogni uomo si rivela così: in questo dono che è la sua vera potenza. Non è un suo bene, una sua proprietà: in un certo senso, non fa che passare in lui. E tuttavia è lui, ciò che ha di unico e singolare, come la musica di Mozart o la scrittura di Pascal; è il suo nome.

Rapportarsi ad ognuno per quanto può, piuttosto che esigere da lui ciò che non può: questa è la saggezza della divina tenerezza.

Non confrontare i doni. Non istituire delle gerarchie. Non come prima cosa, perché è vero che bisogna anche riconoscere chi è il più competente, il più dotato, etc., ma sono in funzione di un compito, di una situazione. Questo lascia integro il dono che è proprio in ciascuno.

C’è una misteriosa unità dei doni. Essa si manifesta soltanto nel loro rispetto e nel loro amore reciproci.

In primo luogo si tratta di riconoscere il dono che si ha; poi di dedicarvisi, come a ciò che contemporaneamente ci è più personale e ci rende nella più giusta misura servi di tutti; infine, di vincere le resistenze esterne ed interne.

È molto.

E molti soffocano, perché questa forza che è in loro non giunge a maturità, non porta fiori e frutti .

Conclusione

Alcune sollecitazioni per la preghiera e la meditazione personale:

- Il dottore della legge ha il coraggio di interrogare Gesù: i sindaci, i consiglieri comunali, gli iscritti di un partito, gli impegnati a vario titolo nel sociale e nel politico sanno interrogare Gesù? Hanno il coraggio di farlo? Hanno la disponibilità ad ascoltarlo nello specifico di ciò che fanno? Oppure sono “dottori della legge” a cui nessuno può insegnare la vera legge e se pongono una domanda è solo per sfidare l’Altro?

- Abbiamo la pazienza di rispondere tutte le volte che sia necessario alla domanda: “Che cosa sta scritto nella Legge?”. Sappiamo leggere? La prima richiesta di Gesù è infatti: “Che cosa vi leggi?”, ma il presupposto è quello di “sapere” leggere. Di che cosa è fatto questo “sapere”?

- Quanto amiamo il Signore, il prossimo e noi stessi? Come rispondiamo “per esteso” al comandamento dell’amore? Come reagiamo alla domanda radicale di Gesù? Di quali giustificazioni abbiamo bisogno?

- Sappiamo riconoscere il “nostro prossimo”? Quale esercizio spirituale compiamo per attrezzarci a questo “riconoscimento”?

- Come “riconosciamo” “il prossimo” nell’esercizio della nostra attività istituzionale?

- Camminiamo sulla strada da Gerusalemme a Gerico, cioè sulle strade del mondo, su tutte le strade, o ci accontentiamo di battere luoghi conosciuti e senza rischi? Sappiamo rischiare di essere l’uomo derubato, che ha incontrato i briganti?

- Come ci liberiamo dallo schema del dottore della legge o da quello del sacerdote o da quello del levita? Come ci liberiamo dallo schema della “benigna concessione”? Come recuperiamo il tema della solidarietà quale atto di giustizia? Come utilizziamo la nostra autorità?

- Sappiamo “compatire”, nel senso del soffrire insieme? Sentirci parte della sofferenza e del bisogno dell’altro? Siamo certi della pari dignità? Ci rendiamo conto di essere anche noi seduti alla “mensa dei peccatori”?

- Abbiamo l’olio, il vino, il giumento? Quanto siamo attaccati per noi al loro possesso? Ci ricordiamo che li possediamo per gli altri? E che cosa sono esattamente l’olio, il vino e il giumento?

- Che cosa significa prenderci cura dell’altro? Qui ed ora, da sindaco, consigliere comunale, assessore, sindacalista, presidente di associazione sociale... semplice cittadino? Sappiamo trovare un buon “albergatore”: quali istituzioni cerchiamo di costruire? Quali risorse mettiamo in campo? Quale ricerca di collaborazione?

- Due denari: intelligenza, tempo, forze... Li abbiamo consegnati? Senza ritorni? Senza avarizia? Nella gratuità totale?

- «Va’ anche tu e fa lo stesso»: quanto amiamo questo invito? È Gesù che manda, è il Maestro. Nella concretezza e nella quotidianità che cosa vuol dire rispondere a questo invito? Quanto esso è impegno rinnovato e gioioso e quanto viene lasciato ad una tediosa routine?

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